LE SEI DARSHANA

LE SCUOLE DI PENSIERO VEDICO

LE SEI DARSHANA

Darshana
La filosofia induista è tradizionalmente concepita attraverso sei differenti sistemi o darshana (dalla radice sanscrita drs, cioè "vedere" - traducibile letteralmente come punto di vista), che tentano nel periodo classico dell'India (dal 550 a.C. al 1000 d.C. circa) di riorganizzare ed interpretare l'immensa mole di informazioni prodotta dal periodo precedente: il periodo Vedico.
Più che altro il darshana rappresenta, così come indica il suo significato etimologico, un "punto di vista", ossia una possibilità di approccio ad uno o più degli aspetti filosofici, devozionali, metafisici e ritualistici emersi in un'epoca che affonda le sue radici nel mito. Ogni dharshana rappresenta quindi un punto di vista metafisico della filosofia indiana, scaturito dalla sapienza vedica: nessun darshana, cioè, inventa autonomamente un sistema, ma produce un approccio particolare ad un tema o aspetto già apparso nei Veda.
odifica
Le Sei Scuole di Pensiero Vediche
Samkhya
Il Samkhya (o Sankhya) è ritenuta la più antica delle sei Scuole di Pensiero ortodosse della religione induista (dette Darshana).
Secondo questa filosofia, l'Universo consiste di due realtà eterne: Purusha e Prakriti. Purusha è il principio spirituale, l'anima, eternamente cosciente e priva di qualsiasi attributo o caratteristica. Le anime (i Purusha, appunto) sono spettatori, testimoni silenziosi di Prakriti (la materia, o natura) che è costituita da tre influenze principali (Guna): Sattva, Rajas e Tamas (rispettivamente stabilità, attività e indolenza). Quando l'equilibrio tra i guna viene alterato, il mondo manifesto evolve. Quasta alterazione è dovuta alla vicinanza tra Purusha e Prarkriti. la natura è insomma agente, ma non cosciente; al contrario, l'anima umana è conoscente ed in particolare contemplativa, ma non agisce. La Liberazione (Kaivalya) consiste quindi nel realizzare la differenza tra i due.
Nyaya
Nyaya è il nome di una delle sei Darshana, o Scuole di Pensiero ortodosse (astika) della religione induista.
Nyaya è una scuola di speculazione filosofica (divenuto solo in seguito un sistema metafisico) che si basa su testi conosciuti come Nyaya Sutra, che furono scritti da Aksapada Gautama, nel II secolo a.C.. Il contributo più rilevante apportato dal Nyaya all’Induismo moderno consiste nella metodologia; quest’ultima è basata su un sistema logico che in seguito fu adottato dalla maggior parte delle altre scuole induiste (ortodosse o non), similmente al modo in cui scienza, religione e filosofia occidentali possono considerarsi basate sulla logica aristotelica.
Nyaya però differisce dalla logica aristotelica, in quanto non è semplicemente una logica fine a sé stessa. Secondo questa scuola di pensiero, ottenere una valida conoscenza è l’unico modo per ottenere la liberazione dalla sofferenza; l’unica conoscenza autentica è quella che non potrà mai essere soggetta a dubbio o contraddizione, quella che riproduce l’oggetto per ciò che realmente è, e che pertanto permette di percepire la realtà in maniera veritiera e fedele. Solamente questa può considerarsi vera conoscenza, ed è contrapposta al ricordo e al dubbio, così come al ragionamento puramente ipotetico e, quindi, incerto.
Vaisheshika
Vaiśeshika è uno dei 6 Darśana della filosofia indiana, codificato da Kanāda; costituisce la "dottrina distintiva", l'analisi dell'esistente.
Questo Darśana è diretto alla conoscenza delle cose singole in quanto tali, considerate in modo distintivo nella loro esistenza contingente e può essere definito come un realismo atomistico pluralista. Esso cerca di difenire i caratteri generali delle cose osservate e postula sei categorie (padārtha) tramite le quali "classifica" la molteplicità della manifestazione: sostanza (dravya), qualità (guna), azione (karma), generalità (sāmānya), particolarità (aviśes), inerenza (samavāya). Come per ogni altra darśana, la sua ricerca della verità delle cose è sempre rivolta a liberare la coscienza dell'individuo imprigionata nell'ignoranza.
Yoga
Dalla radice sanscrita yuj che significa "unione" o "vincolo", Yoga indica l'insieme delle tecniche che consentono il congiungimento del corpo, della mente e dell'anima con Dio (o Paramatma). Colui che segue e pratica il cammino dello Yoga è chiamato yogi o yogin.
La prima grande opera indiana che descrive e sistema le tecniche dello Yoga è lo Yoga Sutra (Aforismi sullo Yoga), redatto da Patanjali, che raccoglie 185 aforismi. Gli studi tradizionali indiani identificavano Patanjali con l'omonimo grammatico vissuto nel III secolo a.C. ma studi filologici più moderni hanno postdatato la redazione dell'opera ad un epoca presumibilmente altomedievale.
Patanjali indica al praticante gli 8 stadi (o arti) dello Yoga, cioè gli otto passi che conducono all'unione con Paramatma:
• 1) Yama - comandamenti morali
• 2) Niyama - autopurificazione
• 3) Asana - posizioni
• 4) Pranayama - controllo del respiro
• 5) Pratyahara - emancipazione della mente
• 6) Dharana - concentrazione
• 7) Dhyana - meditazione
• 8) Samadhi - stato di coscienza superiore (unione con Paramatma)

Purva Mimamsa (Mimamsa)
Uttara Mimamsa: le tre Scuole del Vedānta
Il Vedānta è uno dei sei sistemi ortodossi (darshana) della filosofia indiana, nonché quello che costituisce la base della maggior parte delle scuole moderne dell'Induismo. "Vedānta" significa in sanscrito la "conclusione" (anta) o "summa" dei Veda, la letteratura sacra più antica dell'India, e si basa sull'interpretazione mistica e cosmologica contenuta in questi testi, che accolgono tutta la Scienza sacra e tradizionale induista. Il termine Vedānta si utilizza in riferimento alle Upanisad, che erano elaborazioni dei Veda, ed alle scuole nate dallo studio (Mimamsa) delle Upanisad. Così per Vedānta si intende anche il Vedānta-Mimamsa (riflessione sul Vedānta), Uttara-Mimamsa (riflessione sulla parte finale dei Veda) e Brahma-Mimamsa (riflessione sul Brahman).
Oltre ai Veda, i tre testi fondamentali del Vedānta sono:
• le Upaniṣad (le più note, ampie e antiche delle quali sono la Brhadaranyaka, la Chandogya, la Taittiriya e la Katha);
• il Vedānta Sutra (anche denominato Vedānta Sutra), che sono anche delle brevi, persino singole interpretazioni di una sola parola della dottrina del Upanisad;
• la Bhagavad Gita (lett. Canto del Divino), celeberrimo testo filosofico-religioso in forma poetica, considerato l'essenza di tutte le scuole di pensiero induiste; contiene una serie di insegnamenti filosofici e spirituali volti a raggiungere la realizzazione spirituale.
Nessuna interpretazione dei testi è prevalsa sulle altre, e parecchie scuole Vedānta si sono sviluppate, differenziate dalla loro concezione della natura, della relazione e del grado di identità fra il Sé individuale (jiva) e l'Assoluto (Brahman). Queste spaziano dal monismo o non-dualismo (Advaita) del filosofo Adi Shankara (VIII secolo), al dualismo qualificato o teismo (Vishi-stadvaita) XI-XII secolo di Ramanuja, al dualismo (Dvaita) (XIII secolo) di Madhva.
Tutte le scuole Vedānta, tuttavia, mantengono in comune un certo numero di principi:
• la trasmigrazione del Sé (Samsāra) e l'opportunità della liberazione dal ciclo delle rinascite (moksha);
• l'autorità dei Veda sulle modalità di liberazione;
• che il Brahman è sia la causa materiale (upadana) che quella strumentale (nimitta) del mondo;
• che il Sé (Ātman) è l' agente dei propri atti (karma) e quindi il destinatario dei frutti o delle conseguenze delle azioni (phala).

Monismo: Advaita Vedānta
L'Advaita Vedānta è probabilmente la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta della religione Induista. Letteralmente il termine Advaita significa "non duale", ma viene anche utilizzato per indicare il sistema monistico su cui si fonda il principio dell'indivisibilità del Se o Ātman dall'Unità (Brahman). I testi fondamentali da cui derivano i Vedānta sono le Upaniṣad, o commenti ai Veda, e i Vedānta Sutra, anche conosciuti come Vedānta Sutra, nei quali si concentra la discussione sulla natura intima delle Upaniṣad.
Il primo grande unificatore dell'Advaita Vedata fu Adi Shankara (788-820). Proseguendo la linea di pensiero di alcuni maestri Upanisad e in particolare di Gaudapada, Shankara espose la dottrina dell'Advaita, come realtà non duale e natura illusoria del mondo e stabilì la suprema verità dell'Advaita: la realtà non-duale di Brahman, nel quale l'Ātman (l'anima individuale) e Brahman, la realtà ultima espressa nella Trimurti, si uniscono nell'Assoluto. Brahman è immanente e trascendente, non solo come concetto panteistico e pur essendo Brahman la causa materiale del cosmo, esso non è limitato dalla sua proiezione, ma trascende la dualità e gli opposti, soprattutto nella forma e nell'essere, essendo la sua natura intima incomprensibile dalla mente umana.
I trattati sulle Upaniṣad, la Bhagavad Gita e i Vedānta Sutra, sono i testamenti di una mente acuta e intuitiva che non ammetteva dogmi; Adi Shankara affermava che un devoto, solo attraverso l'altruismo disinteressato e l'amore, governati dalla discriminazione (viveka) è in grado di andare verso la liberazione (moksha) e di realizzare il Sé interiore, mentre il solo discernimento e l'astratto filosofeggiare non avrebbero portato a nessun risultato.
La filosofia Advaita considera la natura e tutto il fenomeno dell'universo come una sovrapposizione che vela il suo immutevole, trascendente e intelligente Substrato. L'universo è in continuo divenire, è incostante ed impermanente, mentre l'Assoluto che è il substrato che lo sottende, non diviene, è costante e permanente. Secondo la sapienza upanishadica, l'errore di considerare reale ciò che è solo una sovrapposizione al Reale è simile allo scambiare la corda per il serpente, è l'illusione (Maya) determinata dall'ignoranza metafisica (avidya) da cui deriva il dolore dell'essere umano. Nella Tradizione Vedānta, questa illusoria percezione del divenire è attribuita all'identificazione con le forme manifeste che rende inconsapevoli e separati dal Reale e dalla sua serena immutabile stabilità.
Il compito supremo dell'essere umano è quello di penetrare il velo illusorio della realtà (Maya) per rivelare la vera natura, che non è perenne cambiamento tra vita e morte, ma perfezione assoluta e gioia eterna. Se noi conoscessimo i veri motivi che stanno dietro le nostre azioni e i nostri pensieri, diverremmo consapevoli della fondamentale unità dell'essere. Ma come può una mente limitata comprendere l'illimitatezza del Sé? In realtà non può, ma tuttavia è in grado di trascendere la mente e unirsi all'Assoluto.

Monismo qualificato: Vishishtadvaita
VISHISHTA ADVAITA - VEDANTA DARSHANA

Questa dottrina vedantica, identificata spesso con uno dei suoi principali esponenti, Ramanuja (1017-1137; 1027- ?), ha in realtà radici molto più antiche. I principi in essa esposti venivano già cantati dai 12 alvar tra i quali Namalvar Kuklashekhara, Andal, e insegnati anche da acarya come Nathamuni (824-924 d.C.) e Yamuna (918-1038). Ramanuja rielaborò l'insieme degli antichi insegnamenti contenuti nel Prasthanatraya, assegnando loro una forma definita e, naturalmente, diventando il massimo esponente di questa scuola.
Le sue opere sono state giudicate così profonde e di tale livello da giustificare la tendenza diffusa a denominare il Vishishtadvaita "Ramanuja darshan".
Dopo la morte di Ramanuja, seguì un periodo di divisione settaria tra i suoi seguaci che culminò nella definitiva separazione di essi in due movimenti chiamati vadagallai e tengallai ossia, rispettivamente, culti del nord e del sud. Ognuno di questi movimenti sviluppò i propri testi canonici, il lignaggio di maestri e tradizioni in molte materie di importanza primaria. Il Vishishtadvaita riconosce tre entità: Ishvara, jiva e prakriti chiamate "tattvatraya", tra le quali Ishvara è la realtà assoluta ed indipendente, mentre jiva e prakriti sono dipendenti da lui.
Per questa ragione, la dottrina è chiamata Vishishtadvaita, o non-dualismo qualificato, una filosofia che accetta, come dice il nome stesso, una sola realtà (advaita) ma con più attributi o meglio con una qualificazione (vishesha). In altre parole, essa ammette la pluralità, in quanto Dio sussiste in una pluralità di forme, quali le anime e la materia. Le anime (jiva) sono innumerevoli e controllate da Ishvara, oltre che parte di esso. Il concetto secondo cui, oltre alla realtà assoluta, sono riconosciuti degli "attributi" è la tesi essenzialmente contrapposta alla scuola Advaita.
L'Assoluto di Shankara non soddisfaceva gli animi di coloro che attraverso l'amore e la devozione vedevano il fine ultimo dell'uomo (bhakta), non considerava quel rapporto prettamente umano con Dio di un uomo, debole e nell'errore, che invoca l'aiuto dell'Essere Supremo e al quale, dall'ignoto, si protende la mano soccorritrice della grazia.
Nel Vishishtadvaita, l'attenzione si concentra sulla relazione del mondo con Dio affermando che Dio è la realtà assoluta, ma anche le anime sono reali, pur totalmente dipendenti da Dio o dalla realtà. Il Vishishtadvaita crea un ponte, una armoniosa fusione tra "filosofia" e "religione", tra la razionalità della ragione e l'irrazionalità della fede e della devozione.
Il mondo è considerato un'apparenza e Dio un esangue Assoluto, oscuro per eccesso di luce.
 

SRI CAITANYA MAHAPRABHU

Śri Krsna Caitanya Mahaprabhu (চৈতন্য মহাপ্রভূ), o Vishvam Bharmishra Krsna Chaitanya Deva (Mayapur - India- 1486, † 1533).

 

LE SEI DARSHANA

Darshana
La filosofia induista è tradizionalmente concepita attraverso sei differenti sistemi o darshana (dalla radice sanscrita drs, cioè "vedere" - traducibile letteralmente come punto di vista), che tentano nel periodo classico dell'India (dal 550 a.C. al 1000 d.C. circa) di riorganizzare ed interpretare l'immensa mole di informazioni prodotta dal periodo precedente: il periodo Vedico.

Caitanya Mahaprabhu e Nityananda in un altare Vaishnava


Caitanya Mahaprabhu e Nityananda in un altare Vaishnava
Grande mistico e riformatore, viene considerato dai Vaishnava l'Avatar dell'epoca attuale, o Kali Yuga, nonché il decimo ed ultimo Avatar di Visnu. Si pose alla testa di un vasto movimento spirituale, che coinvolse intellettuali e illetterati, ricchi e poveri, indù, cristiani e musulmani, candala ("mangiatori di cani", cioè fuori casta) e brahmana (sacerdoti eruditi): quello dei Gaudiya-Vaishnava, che oggi è diffuso anche in Occidente.
Propugnatore del Bhakti Yoga, adorava Dio nella forma di Radha e Krsna, e praticava la recitazione costante del mantra Hare Krsna: insegnò che il fine ultimo dell'esistenza è quello di sviluppare Prema, puro amore per Dio. A 24 anni diventò sannyasi, iniziando un lungo pellegrinaggio nei luoghi sacri.
Caitanya diffuse in particolare il sankirtana, il canto collettivo, attraverso il quale il devoto arriva a sperimentare l'estasi, abbandonandosi completamente a Dio come prescritto dalla Bhagavad gita.
Ebbe numerosi discepoli, molti dei quali ebbero un ruolo di primaria importanza nella storia del movimento Vaishnava. Tra i più importanti, oltre al il fratello Nityananda, si ricordano Svarupa Damodara, Advaita acarya, Haridasa Thakura, Ramananda Raya ed i sei gosvami di Vrindavana: Rupa, Sanatana, Jiva, Gopala Bhatta, Raghunata Bhatta e Ragunatha dasa.
Sebbene Caitanya Mahaprabhu fosse considerato un grande erudito ed intellettuale, lasciò solo otto versi, chiamati Siksastaka: otto versi che rivelano chiaramente quale fossero la sua missione e i suoi precetti.


Il vaishnavismo, fedele agli insegnamenti di Caitanya Mahaprabhu, è vivo ancor oggi ed è attivo anche in occidente, sotto forma di organizzazioni spirituali di varia natura.

 C'e' il Movimento Hare Krsna (ISKCON), fondato da A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada.

E c'e' anche la Grande opera che svolge

Srila Bhaktivedanta Goswami Narayana Maharaja

in tutto il mondo, con i Suoi elevati insegnamenti.

Fondatore Acharya del Fondo Internazionale Bhaktivedanta [BHAKTI] e del Fondo Internazionale Gaudiya Vedanta

Sri Kesavji Gaudiya Math - Mathura [UP] 281001 India - pH.: + 91 565.2502334

Presidente del Fondo Sri Gaudiya Vedanta Samiti e Vice presidente della Sri Gaudiya Vedanta Samiti
 Srila